Archeologia Aeronautica


ARCHEOLOGIA AERONAUTICA? PERCHÉ' NO!
L'approccio ai velivoli della seconda guerra mondiale che giacciono sui fondali non può prescindere dalle corrette metodiche archeologiche.
Testi e foto di Domenico Macaluso
(Articolo pubblicato sul numero 71 -set.-ott. 1998- della rivista Archeologia Viva)

Il concetto di archeologia amplia continuamente il i suo orizzonte. La stessa archeologia subacquea, limitata allo studio dei relitti antichi, oggi tratta con lo stesso approccio scientifico vascelli arabi, normanni, medievali, arrivando a studiare velieri del secolo scorso, se non dei primi del Novecento. In quest'ottica, trattare di "archeologia aeronautica" non dovrebbe apparire azzardato. L'intuizione è stata del generale Pesce, fondatore del Museo storico dell'aeronautica, che all'argomento dedicò un libro uscito nel 1988. Lo spunto per le presenti considerazioni nasce invece dal rinvenimento, effettuato dallo scrivente, del relitto di un aereo da caccia nel tratto di mare prospiciente Ribera (Ag), a poca distanza dal campo d'aviazione (oggi scomparso) di Sciacca, avamposto sul canale di Sicilia degli aerei che operarono su Malta durante la seconda guerra mondiale.
ATTENZIONE AGLI ESPLOSIVI! - La prima cosa da fare nel caso di rinvenimento di un aereo militare italiano è la segnalazione alle autorità aeronautiche, a cui il velivolo appartiene, tant'è che nel caso di acquisto del reperto da parte di un museo o di un privato bisogna seguire un iter per l'eventuale alienazione da parte della stessa Aeronautica (per i velivoli stranieri vale il codice della navigazione). Comunque è sempre indispensabile avvertire gli organi di polizia poiché un aereo da guerra può ancora conservare ordigni pericolosi che richiedono l'intervento degli artificieri: la pentrite, contenuta in alcuni proiettili esplosivi vietati dalla Convenzione di Ginevra, ma che venivano usati ugualmente, non solo non si inattiva, ma nell'acqua di mare diventa sempre più instabile e più pericolosa (nella foto, le due mitragliatrici Breda-Safat da 12,7 mm del Macchi 202)


Infine la segnalazione va effettuata anche alla Capitaneria di porto, poiché nel caso di acque basse il relitto può essere molto rischioso per la navigazione. Se invece bisogna cercare un aereo di cui si sospetta la presenza in uno specchio di mare, gli strumenti sono quelli dell'archeologia subacquea (ecoscandaglio, telecamere a circuito chiuso, aggiungendo, dato che questi relitti sono composti da grosse masse metalliche, apparecchiatura elettroacustiche ed elettromagnetiche). Nel 1982, per la ricerca di reperti nel fondo del lago di Bracciano, l'Aeronautica è ricorsa all'ausilio di un mesoscafo, un minisommergile pilotato da Jacques Piccard.
Nel momento in cui si rinviene un relitto, si procede a segnarne e registrarne l'ubicazione sulla carta nautica e se ne memorizza la posizione con l'ausilio di un Gps (Global position system), uno strumento di notevole precisione assistito da un sistema satellitare, grazie al quale si potrà ritrovare sempre il punto memorizzato (il margine di errore è di pochi metri). Come per ogni altra testimonianza custodita dal mare, il relitto aeronautico dovrebbe essere considerato una preziosa fonte di nozioni storiche: per cui non ne dovrebbe essere asportata alcuna parte. Al contrario, in preda a una sorta di feticistica morbosità, cacciatori di souvenir finiscono spesso con il cannibalizzare il reperto. Un solo strumento alloggiato nel cruscotto, anche dopo cinquant'anni, può dire molto sulla dinamica dell'ammaraggio e sull'evento che lo ha determinato.
DALLA SCOPERTA AL RICONOSCIMENTO DEL MODELLO. Nel 1994 con i sommozzatori del Club Seccagrande (foto d'apertura), avevamo localizzato un relitto aeronautico. Il velivolo si presentava privo dei piani di coda, andati persi nell' impatto con l'acqua (proprio nella coda si trova il numero di matricola); mancava quindi il pezzo più utile all'identificazione. Mancava inoltre la colanatura del motore, forse asportata dalle correnti marine, mentre l'elica, con il suo variatore di passo, giaceva isolata a circa un metro dalla fusoliera. Alcuni strumenti si erano staccati e si trovavano tra la barra di comando e la pedaliera. Provvedemmo a recuperarli anche perché l'aereo era già divenuto meta di "turisti".
Alla fase ispettiva e ricognitiva, seguiva quella della tipizzazione del reperto, effettuata mediante ricerca bibliografica. Le foto subacquee vennero confrontate con gli schemi dei velivoli della seconda guerra mondiale, in quanto il nostro aereo era un monomotore in linea (non stellare), rivestito in alluminio: un monoplano ad ala bassa (nel primo conflitto mondiale, i velivoli erano soprattutto bi o triplani, con motore radiale e rivestimento delle superfici portanti in tela; nel secondo conflitto, accanto ai motori radiali, comparvero quelli in linea). Di notevole ausilio si rivelò uno degli strumenti recuperati, su cui si leggeva ancora bene "Società Aeronautica Italiana ing. Ambrosini".
Essendo la dicitura in italiano il campo di ricerca si restringeva a pochi aerei monoplani in linea in dotazione alle forze dell'Asse, per cui, grazie anche ad altri particolari, si arrivò alla certezza di trovarsi di fronte un Aermacchi MC 202 "Folgore" (nella foto i numeri di matricola in una delle pale dell'elica).



UN FONDAMENTALE CONTRIBUTO DALLE RICERCHE D'ARCHIVIO. Chi ama la storia può comprendere come il passo successivo sia la ricerca dell'evento che ha portato l'aereo a inabissarsi e la sorte del pilota. Le fonti bibliografiche sono rappresentate da libri di storia, rapporti di missione stesi dai piloti al rientro da ogni azione e conservati presso l'Ufficio storico dell'Aeronautica a Roma, diari storici dei reperti e persino da testimonianze di ex piloti. Per meglio studiare il velivolo mi recai al Museo storico dell'Aeronautica a Vigna di Valle (Bracciano), dove è conservato un Aermacchi MC 202; un altro lo si può ammirare al National Air and Space Museum di Washington (nella foto: 1942. Mussolini col comandate della Luftwaffe, Hermann Goering, passa in rassegna uno schieramento di Macchi a Ciampino).


In questa fase di ricerca, fu preziosa la collaborazione dell'ingegner Longoni (Gavs Lombardia), già responsabile del settore storico dell'Aermacchi, del maggiore Anzellotti (direttore del Museo storico dell'Aeronautica) e del signor Malizia (veterano della II G.M. e storico), che mi inviarono notizie particolareggiate sul Macchi, sul suo armamento, foto del cruscotto e spaccati che ne mostravano ogni singolo componente. Ma soprattutto ebbi modo di conoscere un eccezionale pilota, la medaglia d'oro Luigi Gorrini che con il suo "Folgore" aveva conseguito numerose vittorie.
Il nostro velivolo sommerso, senza cofanatura, esibiva lungo il decorso della fusoliera due mitragliatrici Breda-SAFAT da 12,7 mm, in ottimo stato di conservazione e ancora minacciose. L'elica tripale a passo variabile mostrava l'unico indizio, un numero di matricola e di serie inciso su ognuna delle tre pale. Il dato, invero poco attendibile poiché l'elica è un componente soggetto a sostituzioni, riportando "II SERIE", faceva pensare a una delle prime forniture di MC 202 (vi furono 15 lotti di produzione, detti Serie, per un totale di circa 1500 aerei) assegnati al 4' Stormo. Purtroppo i diari storici del 4' Stormo andarono perduti nel 1943, quando il velivolo italiano che li trasportava durante l'evacuazione del Nordafrica fu abbattuto dalla mitragliera di un sommergibile che lo sorprese in volo a bassa quota sul canale di Sicilia.
FORSE E' STATO INDIVIDUATO IL PILOTA. Nella ricostruzione storica della battaglia di Malta, dove va inquadrato l'evento che portò all'abbattimento del nostro aereo, le uniche azioni riportate nei testi sia italiani che inglesi, relative a Macchi caduti nel mare di Ribera, sono due: una collisione in volo tra due "Folgore" (uno risultò disperso) e un'azione di scorta a bombardieri diretti a Malta il 29 aprile '42, dove il comandante dei caccia, l'allora capitano Aldo Gon, colpito dalla contraerea, col suo Macchi danneggiato all'impianto di alimentazione, riusciva a ricondurre alla base di Sciacca i suoi piloti, ma era costretto a un atterraggio fuori campo. L'ufficiale, che nell'incidente aveva riportato gravi ferite, divenne in seguito generale di squadra aerea, una delle più alte cariche dell'Aeronautica, ma era scomparso soltanto qualche mese prima del nostro ritrovamento del caccia sott'acqua. Il figlio, emozionato alla notizia della nostra scoperta, mi confermò l'azione del 29 aprile e mi inviò una foto del generale, una sua biografia e le fotocopie del libretto di volo del 1942, dove però si parlava di atterraggio fuori campo e non di ammaraggio (nella foto il generale Aldo Gon).


Il relitto giace a pochi metri dalla riva e ciò perché spesso era proprio sulla battigia che si atterrava in emergenza.
Il carrello del relitto retratto e le pale dell'elica storte, ma non abrase, confermano un ammaraggio pianificato. Un altro dato interessante arriva dallo strumento "Ambrosini" recuperato e risultato essere uno dei due contacolpi delle mitragliatrici, trovato bloccato in posizione di massima carica: il pilota non aveva dunque sparato (Gon nell'azione su Malta non si scontrò con gli "Spitfire" inglesi ma venne colpito dalla contraerea senza aver sparato). Risolutiva per confermare l'identificazione sarà, comunque, l'analisi del relitto dopo il recupero.
IN TUTTO UNA PROCEDURA ARCHEOLOGICA. Il restauro di un reperto aeronautico è complesso e delicato; un aeroplano è composto da diversi elementi metallici come l'alluminio (strutture portanti, cofanature, elica), il piombo, lo stagno, il rame e lo zinco (accumulatori, apparecchi radio, strumenti di bordo), acciaio (armi), ottone (munizioni, strumenti), materiali che sono più o meno sensibili all'azione clettrochimica dei sali disciolti nell'acqua di mare. Ma non sono soltanto i sali a determinare il danno ai metalli, poiché una forte azione corrosiva è operata anche dall'ossigeno, che troviamo disciolto nell'acqua in una percentuale inversamente proporzionale alla profondità: un relitto profondo si conserva meglio. Dannosissima dopo il recupero è l'azione dei cloruri, che all'aria cristallizzano e divengono potenti agenti corrosivi. Anche i resti di verniciatura sono importanti e vanno conservati, essendo utili all'identificazione: la colorazione mimetica degli aerei, era di svariati tipi a seconda del reparto e del teatro delle operazioni belliche.
Il velivolo restaurato, testimone quasi sempre di un evento drammatico, legato a una vicenda storica, andrà reso fruibile al pubblico secondo corretti criteri espositivi e moderni concetti di muscologia. Nel nostro caso, in attesa del recupero del relitto, l'elica del Macchi prelevata e restaurata con l'autorizzazione dell'Aeronautica militare, provvisoriamente fa parte di un monumento realizzato all'interno del Municipio di Ribera, che l'amministrazione comunale ha voluto dedicare ai giovani piloti caduti nei cieli della Sicilia.
Nel presente articolo lo scrivente ha seguito volutamente un percorso logico collegato alle fasi tipiche della procedura archeologica: ricerca strumentale, prospezione, rilevamento e mappatura, segnalazione, inquadramento storico, recupero, restauro ed esposizione. E allora, si può parlare o no di "archeologia aeronautica"?



I resti di uno Junkers 88

Estate 1995. A qualche centinaio di metri dal sito subacqueo che accoglie il relitto del Macchi 202, due ragazzi riberesi, intenti a effettuare una battuta di pesca subacquea in apnea, scorgono qualcosa che a prima vista sembra loro un portabottiglie. Lo recuperano e si accorgono che si tratta di un reperto aeronautico. A conoscenza delle mie ricerche sul caccia italiano, me lo consegnano: non appartiene ad un velivolo italiano, ma ad un caccia bombardiere tedesco, un JU 88.
Il reperto è molto interessante e dagli alloggiamenti che ospitano ancora diversi strumenti, spicca la bussola giroscopica della Siemens ed un regolo, usato per correggere i parametri del motore in base alla quota. La cosa eccezionale, è che questi parametri, riportasti su carta, sono ancora perfettamente leggibili.




Il reperto trovato sott'acqua, era posto all'interno della cabina di pilotaggio, in alto a destra, ed era utilizzato del navigatore. Ma dove si trova il resto del relitto e che fino ha fatto l'equipaggio?
Una prima ricerca dei fondali che hanno restituito il cruscotto, ha dato esito negativo, mentre la consultazione degli archivi comunali di Ribera, ha confermato indirettamente la morte di un pilota tedesco nel mare di Borgo Bonsignore, frazione di Ribera, anche se non ne vengono precisate le generalità. Una vicenda tutta da ricostruire (nella foto in basso: 1941. Un JU 88 "passato in rassegna" da un carretto siciliano nell'aeroporto di Catania).




 RITORNO DAL PASSATO
  Ottobre '97: rintracciato Walter Omiccioli, il pilota che nel 1942 effettuò un atterraggio d'emergenza su Ribera (tratto da Momenti).
                   
  
  (1942. Walter Omiccioli, a sn. nel campo d'aviazione di Pantelleria)

   La cittadina di Ribera è stata per un giorno pista d'atterraggio per aeroplani.
  La vicenda, come ogni ricordo di una guerra ormai lontana, era lievemente offuscata dal tempo; una testimonianza era tuttavia straordinariamente lucida, come se quel fatto fosse accaduto un anno prima.
  Tutto era cominciato in occasione delle ricerche che avevo intrapreso dopo il ritrovamento sott'acqua, di un aereo da caccia italiano, un Macchi C-202, individuato presso Borgo Bonsignore e la cui elica è oggi esposta nell'atrio del Municipio di Ribera.
  Cercando testimonianze su quell'ammaraggio e sulla sorte del pilota, scoprii che i nostri cieli erano stati teatro di numerosissime e violente battaglie aeree, legate alla presenza del vicino campo d'aviazione di Sciacca.
  C'era chi mi parlava di un quadrimotore americano attaccato da tre caccia italiani ed inabissatosi al largo di Pietre Cadute, chi mi parlava di un aereo italiano colpito, il cui pilota cercando di salvarsi lanciandosi con un paracadute che non si era aperto, si sfracellava al suolo presso Borgo (mentre la gente intenta alla mietitura, fuggiva terrorizzata pensando che ciò che cadeva dal cielo invece di un uomo fosse una bomba) e ancora chi  mi raccontava di un bombardiere americano schiantatosi a Capo Bianco.
  La testimonianza che più mi aveva impressionato, era però quella del sig. Michele Tornambé. In un racconto ricco di particolari, mi riferì di un episodio a cui aveva assistito all'età di sedici anni, l'atterraggio d'emergenza di un aeroplano italiano per mancanza di carburante, presso il cimitero di Ribera.
  Il pilota contuso e ferito alla fronte, era stato tratto fuori dal velivolo e medicato; successivamente un autocarro, aveva provveduto a recuperare l'aereo danneggiato.
  Un particolare del racconto, mi aveva colpito per il fatto di essere ancora nitido nella memoria di quel testimone, dopo ben cinquant'anni: il pilota riavutosi dal trauma cranico, aveva afferrato un portafortuna che portava con sé e lo aveva stretto riconoscente, per averlo effettivamente protetto in quel grave episodio.
  L'oggettino era un ciondolo, una zampetta di lepre imbalsamata.
  Figurarsi se Michele Tornambé non avesse desiderato avere notizie di quel pilota. Ma trovare il suo nome o altri particolari come la data precisa dell'incidente, era difficilissimo.
  L`unica traccia che si poteva cercare, era l'eventuale transito dell'aviatore  ferito, al pronto soccorso dell'Ospedale di Ribera e consultai per questo i registri del 1941, `42 e `43: nulla!
  In tutte le mie ricerche, un valido aiuto mi era costantemente arrivato dallo storico di Ravenna Piero Faggioli. Il mio amico si era attivato consultando diari storici dei vari Stormi dell'Aeronautica che si erano succeduti in Sicilia durante la guerra ed ascoltando persino qualche veterano.
  Un giorno, Piero Fagioli, mi comunicò telefonicamente, di avere contattato un ex pilota di Macchi che aveva combattuto in Sicilia, ma del velivolo inabissatosi nella nostra costa, non ne sapeva nulla; curiosamente però conosceva bene il paese di Ribera, per avervi effettuato nel `42 un atterraggio d'emergenza presso il cimitero: era lui!
  Tra migliaia di piloti che avevano frequentato i numerosi campi d'aviazione della nostra Isola, Piero aveva trovato proprio colui che cercavo da anni e definire questa cosa come “coincidenza” sembra perfino riduttivo.
  Ottenuto dal mio amico l'indirizzo del pilota, gli scrissi una lettera dove esternavo sorpresa e commozione e dove riportavo la testimonianza del Sig. Tornambé, compreso il particolare del suo portafortuna.
  La curiosità di conoscere quell'uomo, era più forte della mia pazienza, per cui dopo qualche giorno gli telefonai.
  Selezionato il numero, mi rispose direttamente lui, Walter Omiccioli.
  Mi aspettavo di dover parlare con un uomo anziano, stanco per l'età e per una guerra che aveva sicuramente lasciato segni indelebili ed invece il mio interlocutore era un ragazzo di 77 anni!
  Il glorioso pilota protagonista di aspre battaglie sui cieli del Mediterraneo, era contentissimo di parlare con me, poiché lo stesso giorno aveva ricevuto la mia lettera.
  Era meravigliato del fatto che a Ribera qualcuno si ricordasse ancora di lui, ma era addirittura sbalordito che ricordassero anche il suo portafortuna.
  - Non portavo con me soltanto la zampa di lepre - mi disse - ma avevo in tasca anche due tappi di sughero, che mi avrebbero dovuto portare a galla in caso di ammaraggio; avevo pure un bouquet di papaveri secchi. Si tratterà di superstizione, ma una cosa è certa: moltissimi miei compagni non sono sopravvissuti alla guerra, io si. Se oggi parlo al telefono con lei, vuol dire che quegli oggetti hanno funzionato! -
  Omiccioli, mi raccontò i particolari dell'atterraggio a Ribera e dei momenti drammatici che lo avevano costretto a rimanere a corto di carburante ( già descritti nella presente monografia).
  Anche Omiccioli non aveva dimenticato quel drammatico episodio e nel 1970, in occasione di un competizione aerea a cui aveva partecipato, era tornato in Sicilia con il proprio aeroplano, accompagnato dalla  moglie; in quell'occasione, non aveva comunque trovato i suoi soccorritori.
  Le coincidenza legate a questo singolare episodio, non erano ancora finite.
  Lo stesso giorno della mia telefonata al pilota, ad una stazione di rifornimento mi ero fermato a chiacchierare  col giornalista riberese Totò Castelli, che era in compagnia di suo suocero, Rosario Quartararo.
  Ancora eccitato, gli riferivo della recentissima telefonata, quando suo suocero mi interruppe - Ma chi, il pilota che atterrò al cimitero ?- Si - esclamai - perché lei si ricorda di quel fatto ?- E lui - Caspita se mi ricordo, fui tra quelli che lo tirarono fuori e lo accompagnarono dal dott. Giuseppe Bonifacio! -
  Walter Omiccioli manifestò il desiderio di reincontrare Michele Tornambé e Saro Quartararo e la migliore occasione non poteva essere altro che l'imminente presentazione degli Atti del 1°Convegno di Storia.
  Il convegno, nato per fare conoscere ai giovani studenti una storia che ha visto la Sicilia protagonista delle fasi finali del conflitto (storia praticamente contemporanea, ma paradossalmente meno conosciuta), era divenuto nelle fasi di organizzazione, via via sempre più interessante, per l'adesione di personaggi molto qualificati, che intervennero con entusiasmo: il 10 novembre 1996, nel teatro Lupo di Ribera, si confrontarono serenamente ed apertamente ed in certi casi con  obiettiva autocritica, il colonnello Ovidio Ferrante, direttore del Museo Storico dell'Aeronautica di Vigna di Valle, il direttore della prestigiosa rivista Storia Militare, Erminio Bagnasco, già ufficiale della Marina Militare ed il senatore Salvatore di Benedetto, presidente dell'Associazione Partigiani d'Italia. Dunque un rappresentante dell'arma voluta e creata da Mussolini, cioè l'Aeronautica, uno della Marina 8i vertici della Marina Militare erano stati accusati nel dopoguerra, di avere avuto una condotta in certi momenti equivoca, addirittura, vicina alle posizioni dell'Inghilterra) ed un partigiano: testimonianze preziose per avere un quadro della situazione abbastanza obiettivo.

  L'incontro fra Omiccioli, Tornambè e Quartararo, avvenne a Ribera il 14 marzo 1998, dove in un clima di comprensibile commozione, gli ex giovanotti del 1942 si riabbracciarono (nella foto, Mimmo Tornambè, Mimmo Macaluso, Michele Tornambè, Walter Omiccioli, Saro Quartararo ed Armida Omiccioli).



Questa singolare ed emozionante vicenda, non poteva passare inosservata e dopo la pubblicazione della storia su un famoso settimanale, la trasmissione televisiva di Italia Uno, "Eroi per Caso" propose ai protagonisti, di ricostruire tutta la storia.
Il risultato fu la puntata considerata dai produttori della serie televisiva, la più bella puntata di tutto il ciclo, anche per la meticolosa ricostruzione dell'atterraggio d'emergenza (nella foto, una scena delle riprese a Ciampino).



Nel vicino comune di Calamonaci, si allestì un set cinematografico, per le sequenze del trasporto del pilota ferito nello studio del dr. Bonifacio, che all'epoca dei fatti, aveva suturato le ferite di Omiccioli, mentre gli interni vennero girati proprio nell'ambulatorio medico, che nel 1942 avevano ospitato il pilota grevemente ferito.


La scoperta del caccia italiano, fu anche l'occasione per ricordare i numerosi piloti che eroicamente nei cieli siciliani, affrontarono da leoni e spesso con successo, avversari temibili, ma soprattutto dotati di mezzi migliori, gli inglesi. Con l'elica del Macchi, recuperata rocambolescamente da Domenico Macaluso e da Gianni Riggi, mentre già imbragata rischiava di essere trafugata, si eresse una stele, all'interno del Municipio di Ribera, unico monumento che rende gloria e memoria ai tanti giovani piloti che perirono in questi impari confronti.


 Un monumento ai caduti dell'aria con l'elica di un Macchi  C-202

Era proprio un  bell'aereo “naso lungo”, come lo chiamavano gli inglesi.
E lo temevano, nonostante a fronteggiarlo, i piloti di sua Maestà avessero gli “Spitfire”.


Stiamo parlando dell'Aermacchi MC-202 “Folgore”, stupendo aereo da caccia italiano della seconda Guerra Mondiale (nella foto in alto, un Macchi 202 in volo). E non è neppure vero che i materiali dei nostri aeroplani fossero scadenti; la dimostrazione? Andate ad osservare l'elica del Macchi restaurata dai fratelli Polizzi: dopo una permanenza di 52 anni in fondo al mare, le tre pale di alluminio e la ruota dentata che la collegava all'albero motore,
sono come nuove, inattaccate da processi corrosivi!
L'acciaio e l'alluminio sono così perfettamente conservati, da potersi ancora leggere perfettamente i numeri di matricola, la serie e perfino i segnali di allineamento dei pezzi.
E pensare che quando con Gianni Riggi, nell'estate del `93, avevamo scoperto l'aereo sott'acqua tra Borgo e Capo Bianco, il relitto coperto da alghe sembrava uno scoglio.
L'elica tripale a passo variabile, è di costruzione Piaggio ed il suo diametro è di m.3,05. Era progettata per ospitare nel suo interno un cannoncino da 20 mm., mentre un meccanismo di sincronizzazione, permetteva alle due mitragliatrici Breda-Safat da 12,7 mm, di cui l'aereo era dotato, di sparare attraverso le pale, mentre l'elica girava.
Iniziai una meticolosa ricerca storica per cercare di ricostruire la vicenda che aveva portato l'aereo a precipitare.
Il velivolo era italiano ed era stato sicuramente coinvolto nelle operazioni belliche su Malta del 1942.
La ricerca è tuttora in corso, anche perché la presunta appartenenza dell'aereo al pilota Aldo Gon, ipotizzata all'inizio, presenta molti punti di incongruenza.
Dopo il recupero, l'elica veniva gelosamente custodita lontana da occhi indiscreti, mentre l'Aeronautica Militare entusiasta della scoperta, mi autorizzava, in qualità di Presidente del Club Seccagrande, a curare le operazioni subacquee di recupero, nel caso si trovasse uno spazio espositivo adeguato.
Ma l'elica rischiava di essere trafugata: che farne?
L'idea di un degno utilizzo del cimelio, venne durante l'estate del 1996, quando l'Amministrazione Comunale si accingeva ad organizzare una serie di manifestazioni commemorative in onore dei Caduti delle due Guerre Mondiali. L'elica poteva essere deposta all'interno dell'atrio del Municipio appena restaurato. Una targa accanto all'elica, avrebbe ricordato il sacrificio di tanti giovani piloti italiani.
Il restauro molto meticoloso è stato effettuato nell'officina dei fratelli Polizzi, che da auto carrozzieri, per l'occasione sono diventati aero carrozzieri. La qualificante supervisione di Natale Plaia, uno dei più grandi esperti di colorazioni e vernici aeronautiche, premiato con riconoscimenti internazionali in rassegne di modellismo aereo,  ha garantito la fedele riproduzione della colorazione dell'elica. L'inaugurazione del piccolo monumento ha avuto luogo il 10 novembre 1996, nel corso di una cerimonia austera emozionante, che ha visto la presenza di Autorità civili e militari, tra cui il Prefetto ed il Vescovo di Agrigento, mentre a rendere gli onori, provvedevano un picchetto dell'Aeronautica Militare ed uno della Capitaneria di Porto.

Ecco il testo inciso nel monumento:
ALLE GIOVANI AQUILE CHE NEI CIELI DI SICILIA CADDERO FEDELI AI LORO IDEALI





Una Fortezza Volante davanti Capo Bianco?
Sono molte le tracce trovate sott'acqua, che riconducono a numerose testimonianze dei drammatici giorni che precedettero lo sbarco degli alleati in Sicilia, avvenuto il 9-10 luglio del 1943, relative all'abbattimento ad opare di caccia italiani e tedeschi, della più micidiale macchina volante di distruzione nella seconda Guerra Mondiale: il Boeing
B 17, chiamato Fortezza Volante.


Una serie di bombardamenti la cui finalità non era soltanto quella di consentire un agevole sbarco, neutralizzando le difese dell'isola, avevano indotto gli americani a colpire obiettivi palesemente civili, per portare, secondo un progetto pianificato ad arte, la popolazione siciliana, a rivoltarsi contro il regime fascista. Un progetto fallito totalmente, poiché  in Sicilia, non si realizzarono mai le condizioni per la nascita di un movimento partigiano; come deludenti dal punto di pratico, cioè dei risultati, fu il contributo che le forze separatiste o la mafia, diedero agli alleati, per agevolare le operazioni di sbarco. Per questo motivo, erano stati liberati dagli americani addirittura degli esponenti di spicco della mafia italo-americana, inviati sotto copertura in Sicilia, quali ufficiali di collegamento. Se tutto questo può essere giustificabile (tentativo di infiltrazione per risparmiare vite umane italiane o americane, tedesche o inglesi), con una resa senza combattimento, non è giustificabile il mitragliamento di donne e ragazzi che si avventuravano nelle campagne a dorso di mulo, per rifornirsi di viveri, ad opera dei piloti di caccia inglesi né tantomeno, il bombardamento di piccoli paesi, che l'unico presidio militare che registravano, era quello della locale caserma dei Carabinieri. Bombardamenti giustamente definiti terroristici anche nel caso del quartiere romano di S. Lorenzo (19 luglio 1943) o quello di Torino, dove gli americani sperimentarono addirittura la  block-buster da 8000 libbre (28 novembre 1942), bomba lanciata anche a Milano (15 febbraio 1943). Ma torniamo in Sicilia. Dal campo d'aviazione di Sciacca e da quello di Castelvetrano, martoriati dalle bombe, nel maggio del '43 i decolli dei pochi caccia si alternavano incessantemente: a bordo, piloti stremati dalla fame dalla fatica, dalla mancanza di sonno; ma nonostante tutto, ancora pronti ad un confronto senza paragone, contro nemici ben organizzati, ma soprattutto ben dotati. Ma ancora pronti ad esibire coraggio ed abilità, con l'abbattimento anche di velivoli dotati di straordinari presidi di difesa, come il B 17, irto di mitragliatrici e coperto da corazzature e inoltre scortato da caccia. Uno di questi episodi, era stato riferito da alcuni anziani abitanti di Borgo Bonsignore, che nella primavera del '43, avevano assistito all'abbattimento di un quadrimotore, colpito da tre caccia italiani. L'aereo era precipitato in mare, a qualche centinaio di metri dalla costa e nell'impatto con l'acqua, era esploso. La fiammata terrificante, aveva quasi raggiunto la riva. Nei giorni successivi, il mare non restituì nessuno dei corpi dei membri dell'equipaggio. Di che aereo si trattava? L'unico velivolo dotato di quattro motori erano il B 17 ed il B 24 (Liberator), ma quest'ultimo era dotato di una doppia deriva di coda, che lo rendeva facilmente distinguibile dal b 17: Testimoni, osservando le foto dell'aeroplano, concordarono tutti nel riconoscere nel velivolo abbattuto, una Fortezza volante. Il mare fece il resto.
In occasione di diverse immersioni, avevamo notato nello specchio d'acqua interessato dal probabile abbattimento, diverse bombole, probabilmente quelle in dotazione all'equipaggio, per rifornirsi d'ossigeno in alta quota; inoltre, avevamo recuperato un grosso oggetto in duralluminio, che poteva essere stato un supporto per tubi di scarico.
Il reperto più curioso, era un'enorme copertone di aeroplano, che riportava ancora il marchio di costruzione (Good Year), che recuperammo grazie a dei palloni di sollevamento, dopo avere fatto sloggiare un grosso grongo.

Ma il reperto più interessante fu scoperto dal giovanissimo Carmelo Riggi, il 18 luglio 1999, che osservando sott'acqua una spianata pietrosa puntellata da ricci, notò uno strano oggetto corroso, che fece recuperare al papà Nicola , uno dei sommozzatori del Club Seccagrande.
Riggi, identificò immediatamente l'oggetto: era una mitragliatrice d'aeroplano.
Avvertiti i Carabinieri, in quanto anche se corrosa era sempre un'arma da guerra, questi provvidero ad effettuare il sequestro dell'arma; una sommaria pulitura, aveva evidenziato il numero di matricola e la casa di costruzione, nonché il calibro: si trattava di una Browning 50 mm M2, costruita dalla Spark Plug Division della General Motors a Flint, nel Michigan. Ma il destino di quello straordinario reperto storico era triste: in quanto arma da guerra era destinata ad essere distrutta dagli artificieri di Messina.
Contattai il colonnello Pulcini, consulente balistico del Museo Storico dell'aeronautica che mi disse che esisteva una possibilità di salvare il reperto, in base ad una legge; bisognava però fare effettuare una perizia da un esperto, cge avrebbe dovuto dichiarare la mitragliatrice, "relitto d'arma" quindi la Procura competente, avrebbe dovuto dissequestrarla ed effettuare un affidamento. Rivolsi un accorato appello al Procuratore della Repubblica di Sciacca dr. Benedetto Petralia, che in tempi brevissimi, effettuò tutte le procedure richieste per dissequestrare l'arma, affidandola al sottoscritto, quale rappresentante dell'Archeoclub d'Italia.
Il reperto è stato salvato, ma merita assieme a tanti altri straordinari pezzi di storia, di essere esposti alla fruizione di tutti.
La testimonianza dei martellanti bombardamenti operati soprattutto dai B-17 americani, si trova tuttora sott'acqua, dove numerose sono state le bombe anche da 500 libbre, rinvenute dal Club Seccagrande, segnalate alle autorità competenti e fatte brillare dagli artificieri del nucleo SDAI di Augusta (nelle foto: un B-17 si prepara ad imbarcare bombe da 500 libbre ed un sommozzatore accanto ad una di queste bombe).