La Rassegna di Naxos
 

 Rassegna Internazionale di Archeologia Subacquea
 Giardini di Naxos 14 ottobre 2001
 Intervento di Domenico Macaluso
  Ispettore Onorario Assessorato ai BB. CC. Regione Siciliana
  Delegato per le attività subacquee Lega Navale Italiana -Sez. di Sciacca-

 Sig. presidente,  il mio intervento rappresenterà un exursus attraverso i siti d'intersse archeologico, localizzati lungo la costa agrigentina, dai sommozzatori  del club Seccagrande  e della sezione di Sciacca della Lega Navale Italiana che il sottoscritto coordina; ma l'opportunità di potere intervenire a questo importante meeting, è l'occasione per ricordare a quanti si occupano di tutela del patrimonio culturale che giace sotto il mare, l'importanza che hanno altri siti d'interesse storico, che purtroppo non vengono considerati per quel che effettivamente sono, cioè testimonianza storica del nostro passato, soltanto perché più recenti dal punto di vista cronologico. Ricordo che la classificazione di un reperto in archeologico, è aleatorio se non effimero, tant'è che è stato necessario fissare anche nelle convenzioni internazionali, dei limiti temporali per far rientrare o meno un oggetto rinvenuto sott'acqua, entro l'elitaria categoria del bene da tutelare: cercherò di dimostrare, quanto un reperto anche recente, possa essere indispensabile per la conoscenza storica di un'epoca o per la ricerca scientifica e da destinare alla pubblica fruizione: dunque un bene culturale.
 Per cominciare, anche sotto l'aspetto cronologico, inizio a descrivere un interessante sito archeologico subacqueo, in stretta relazione con un contiguo insediamento terrestre, posto lungo la costa sud-occidentale della Sicilia e di cui, per ovvi motivi di sicurezza, non mostro l'esatta ubicazione, dato che ancora, nonostante da tempo segnalato agli organi competenti, non è stata ancora effettuata un'indagine scientifica; il sito, frequentato fino al IV secolo d.C. e repentinamente abbandonato, dopo circa mille anni, tornò ad essere popolato, con la costruzione di un trappeto per la canna da zucchero, intorno al 1450; dopo la crisi degli zuccareti del 1680, fu convertito alla molitura del riso; il piccolo villaggio che sorse attorno al trappeto, fu difeso dalle incursioni barbaresche, da una torre d'avvistamento privata, non facente parte del circuito delle torri costiere del regno, progettate da Camilliani e Spannocchi; la bella torre è ancora integra, anche se aggredita dal mare (foto sottostante).

 

 La peculiarità di questo sito, è rappresentata dal fatto che potrebbe essere identificato con Allavam, una città costiera segnalata nell'Itinerario Antoniniano e mai localizzata; infatti, come indicato nel preciso itinerario del IV secolo, dista 12 miglia da Ad Aquas, l'odierna Sciacca e 18 da Cena. Il sito terrestre, un modesto altipiano che domina il mare africano, insiste su una vasta area e nonostante l'erosione marina negli ultimi trent'anni, abbia fagocitato gran parte di questo tratto di costa, su un fronte di erosione, lungo oltre trecento metri, è possibile apprezzare a circa 80 cm dall'attuale piano di calpestio, un ricco strato archeologico omogeneo, con abbondante ceramica tardo-romana e resti delle fondamenta dell'insediamento (foto sottostante).

 

 Nella sottostante spiaggia, dove il mare lambisce l'altipiano, dopo ogni mareggiata è possibile rinvenire, tra i materiali di crollo, numerosi frammenti di ceramica, ma anche reperti ossei umani e di animali domestici, che potrebbero far luce sull'evento che portò alla repentina scomparsa di una fiorente cittadina: evento bellico o catastrofe naturale?  Voglio ricordare che recentemente si stanno rivedendo le cause che hanno portato alla scomparsa di città come Selinunte, con molta probabilità non distrutta nel 251 a.C. dagli elefanti di Pirro, ma rasa al suolo da un violento terremoto intorno al IV secolo d. C., epicentro l'attuale banco di Graham, nel Canale di Sicilia.
  Il mare antistante l'insediamento romano e medievale di Verdura, risulta interessato da diverse strutture architettoniche, tra le quali spicca un arco a tutto sesto, costituito da grossi blocchi calcarenitici, adagiatosi dopo l'aggressione marina, integro (foto sottostante).

 

 A pochi metri, una grande struttura litica quadrangolare, probabilmente una cisterna, dato che l'interno risulta rivestito da una sorta di intonaco; altri blocchi di pietra, di cui alcuni con evidenti modanature, lambiscono un lungo terrapieno, oggi appena sotto il livello del mare, che costituiva una vera e propria diga foranea, necessaria alle operazioni di imbarco delle merci.
  Tra i cocci di superficie, questo sito ha restituito due interessanti frammenti, uno appartenente ad un piatto in sigillata nord-africana, dove impresso mediante punzone, si nota il braccio di una croce gemmata e la parte posteriore di un agnello (il piatto è classificato sec. Hayes, come forma 104.16), ed un altro frammento di piatto, raffigurante un santo che indossa una dalmatica e reggente una croce, probabilmente S. Stefano protomartire (stesso punzone della figura classificata da Hayes stampo 234, stile E ii, forma vascolare 104 B).
 I piatti, sono dello stesso tipo e dello stesso periodo di quelli rinvenuti in un altro sito d'interesse archeologico, che conserva i resti di un naufragio avvenuto a qualche chilometro di distanza e sempre in prossimità della costa.
Seccagrande, oggi residenza estiva dei riberesi, rappresentava nell'antichità un insidioso basso fondale, pericolosissimo per la navigazione di cabotaggio.
Immergendosi tra queste secche costituite da marna rivestita da Posidonia, si nota un singolare fenomeno: i rizomi delle piante, hanno determinato un curioso fenomeno, hanno cioè inglobato diversi frammenti di ceramica che erano adagiati tra le sacche di sabbia circoscritti dalla marna e li hanno sollevati dal fondo, stravolgendo qualsiasi riferimento stratigrafico.
Per effetto di questo fenomeno, è stato rinvenuto incastrato tra le radici della Posidonia, un piccolo frammento di ceramica  triangolare, che dopo una semplice detersione con acqua dolce, ha rivelato al suo apice, la presenza di una decorazione, il volto di un personaggio ottenuto per pressione di uno stampo, sull'argilla fresca prima della cottura.
Il reperto era la piccola porzione di un grande piatto di ceramica rossa, classificabile come “sigillata romana nord-africana”. Per via delle modeste dimensioni del frammento, non è stato possibile stimare il diametro del piatto. Per identificare il piccolo volto raffigurato nel piatto di Seccagrande, è stato sufficiente confrontarlo con il catalogo degli elementi decorativi che illustrano un libro di J. W. Hayes, lo studioso inglese che ha provveduto ad una meticolosa classificazione di tutte le forme vascolari e delle decorazioni di questo tipo di ceramica .
Il piatto non mostrava una figura intera, ma soltanto un volto umano molto stilizzato, con capelli ottenuti mediante elementi decorativi a piccoli cerchi; sotto il capo e sulla spalla sinistra, si notava quello che doveva essere un drappeggio, mentre la spalla destra era molto pronunziata; in secondo piano, c'era un elemento vegetale.
La figura rappresentava un Bacco nudo, con un drappo sulla spalla sinistra e reggente con la mano destra un'anforetta vinaria: una pantera sembrava berne il contenuto; alcuni tralci di vite con pampini e grappoli, spiccavano posteriormente alla spalla sinistra.
Tra gli altri frammenti, si è recuperata anche una scodella integra per i suoi 2/3, con una delicata decorazione nel suo fondo interno: da un'incisione circolare ottenuta al tornio, si dipartivano con disposizione a raggiera, degli elementi vegetali a foglie di palma, ottenuti anch'essi mediante l'impressione di un punzone. Il suo diametro era di circa 38 cm.
Ma il reperto più bello fu recuperato successivamente.
Adagiato a circa 5 metri di profondità, la sua base d'appoggio rivolta in alto ed incastrato tra lo strato sabbioso del fondo e l'argilla di uno dei muraglioni, giaceva un grande piatto.
Nonostante interessato da diverse linee di frattura, i vari grossi frammenti erano ancora a contatto fra di loro; inoltre il fatto che esposta alle correnti marine ed all'azione abrasiva della sabbia fosse la parte posteriore, faceva sperare che i motivi decorativi fossero ben conservati.
E infatti dopo averne recuperato i quattro frammenti e dopo la detersione di questi mediante semplice acqua dolce, si evidenziò un eccellente decorazione a stampo.
Inscritto in un doppio ordine di cerchi concentrici, realizzati al tornio, spiccava un trittico formato da un personaggio al centro del piatto e da altre due figure più piccole (uguali, realizzate con lo stresso punzone), poste rispettivamente a destra ed a sinistra della figura centrale.
Il personaggio al centro del piatto (di cui mancava soltanto il bordo esterno), in posa frontale, reggeva con la mano sinistra una grande croce, mentre l'avambraccio destro, parzialmente flesso sul petto, mostrava la mano con due dita estese nel gesto della benedizione.
Interessante la croce, che dal piano d'appoggio dei piedi del soggetto raffigurato, raggiungeva il suo capo e presentava dei motivi decorativi a piccoli rombi, lungo tutto il suo asse maggiore. Questo particolare tipo di ornamento, stilizzava una croce gemmata, che dai tempi di Costantino in poi, fino e soprattutto in epoca bizantina, avrebbe costituito un motivo molto frequente nella rappresentazione del simbolo cristiano (l'origine di questa raffigurazione, va probabilmente ricercata nella croce d'oro incastonata di pietre preziose, che l'imperatore Costantino fece erigere a Gerusalemme, sul Golgota).


Anche in questo caso, Hayes riporta nella sua catalogazione questa figura (stampo 236, stile E(ii), forma vascolare D2), realizzata come nel caso precedente con lo stesso punzone, poiché anche qui, l'immagine è sovrapponibile con quella trovata a Seccagrande.
Vediamo adesso di descrivere alcuni siti subacquei, interessati da reperti storici molto più recenti, ma non per questo meno interessanti.
Primavera 1943: l'operazione Husky, nome in codice per indicare lo sbarco alleato in Sicilia, è stata preceduta da incessanti, duri e martellanti bombardamenti dell'Isola, necessari a fiaccare la resistenza delle forze dell'Asse e per cercare di fomentare il malcontento nella popolazione, con un sollevamento contro Mussolini.
La zona Verdura, in prossimità della torre precedentemente descritta, è stata oggetto di un bombardamento aereo alleato: l'obiettivo  un bunker che ospitava una batteria costiera: gli aeroplani vi lanciarono grappoli di bombe da 500 libre, molte delle quali caddero in acqua.
Estate 1994: alcune delle bombe lanciate su Verdura, vengono rinvenute dai sommozzatori del Club Seccagrande: un ordigno presenta al suo interno il detonatore integro.


Gli artificieri del nucleo SDAI di Augusta, fanno brillare la bomba: i pochi grammi di pentrite ancora racchiusi nel detonatore, amplificano l'esplosione del plastico usato dagli artificieri. Se una bomba non si presta per ovvi motivi di sicurezza al rilevamento, ne al recupero, questo non si può dire per un reperto aeronautico, interessantissimo dal punto di vista storico: molti relitti giacenti sott'acqua, rappresentano un unicum e quindi cercati e contesi da musei di tutto il mondo. E' il caso di uno degli oggetti recuperati, una delle sei mitragliatrici in dotazione ai membri dell'equipaggio del B-17, molto interessante in quanto conserva ancora leggibile, il numero di matricola, utile a identificare lo squadrone di appartenenza dell'aereo e dunque alla sua storia.


Si tratta di una Browning da 50 mm, costruita a Flint, nel Michigan. Il prezioso reperto, sottoposto a sequestro dai Carabinieri come arma di guerra e dunque destinato alla distruzione, dopo un'istanza presentata dal sottoscritto, grazie alla sensibilità del Procuratore della Repubblica di Sciacca dr.Petralia, dopo la consulenza di un perito, che ha dichiarato la mitragliatrice “relitto d'arma” è stata dissequestrata ed affidata all'Archeoclub di Ribera.
Lo stesso tratto di mare, accoglie anche il relitto di un caccia bombardiere tedesco, uno Junker 88 (abbiamo recupero il cruscotto cielo navigatore destro), ma soprattutto un caccia italiano, un Aermacchi MC 202.
Il velivolo, si presentava privo dei piani di coda, persi nell'impatto con l'acqua: è proprio nella coda che si trovava stampigliato il numero di matricola, utile all'identificazione, quindi mancava un pezzo importante. Mancava inoltre la cofanatura del motore, forse asportata dalle correnti marine; l'elica, con il suo variatore di passo, giaceva a circa un metro dalla fusoliera.
Alla fase ispettiva e ricognitiva, segue quella dell'identificazione, con l'ausilio di materiale bibliografico.
Essendo italiano, il campo di ricerca si restringeva a pochi aerei monoplani in linea e grazie ad altri particolari si arrivò alla certezza di trovarsi di fronte un Macchi C 202 " Folgore". Si trattava di uno splendido aereo, simbolo della Caccia italiana, che nella II G. M., il Folgore surclassò al suo esordio operativo nel 1941, l'inglese Hurricane.
Chi ama la storia può comprendere come il passo successivo sia la ricerca dell' evento che ha portato l'aereo ad inabissarsi e la sorte del pilota. Le fonti bibliografiche sono rappresentate da libri di storia della II G. M., da rapporti missione stese dai piloti al rientro da ogni azione e conservati presso l'Ufficio Storico dell'Aeronautica a Roma, dai diari storici dei Reparti e persino dalle testimonianze di ex piloti.
Il Museo Storico dell'Aeronautica di Vigna di Valle (Bracciano), conserva un Aermacchi 202, ma incompleto e non storico, in quanto assemblato; un altro lo si può ammirare al "National Air and Space Museum" di Washington).


Il restauro di un reperto aeronautico recuperato dal mare, è complesso e delicato; un aeroplano è composto da diversi elementi metallici come alluminio (strutture portanti, cofanature, elica), piombo, stagno, rame e zinco (alimentatori, apparecchi radio, strumenti di bordo), acciaio (armi), ottone (munizioni, strumenti), più o meno sensibili all'azione elettrochimica dei sali disciolti. Ma non sono soltanto questi a determinare il danno ai metalli, poiché una forte azione corrosiva é operata anche dall'ossigeno, che troviamo disciolto in acqua in una percentuale inversamente proporzionale alla profondità: un relitto profondo si conserva meglio.
Per alcuni metalli come zinco e magnesio, il danno è immediato, venendo dissolti per elettrolisi se vicini ad altri metalli.
Dannosissima dopo il recupero, è l'azione dei cloruri, che all'aria aperta cristallizzano e divengono potenti agenti corrosivi. Ecco perché i reperti destinati a rimanere all'aperto, necessitano di numerosi lavaggi con adeguate soluzioni, fino alla scomparsa di queste sostanze. La soluzione di Robinson, la più usata risulta composta da carbonato di sodio (50 g/l acqua) + idrossido di sodio (20 g/l acqua).
Anche i resti di verniciatura sono importanti e vanno conservati, essendo utili all'identificazione: la verniciatura mimetica era di svariati tipi a seconda del Reparto e del teatro delle operazioni belliche.
In questo mio intervento, ho volutamente seguire un criterio che ha toccato precise tappe: ricerca di un reperto, rinvenimento, segnalazione, inquadramento storico, recupero, restauro ed esposizione in un Museo. Ecco perché l'approccio al relitto di un aereo, deve essere affrontato come una vera e propria scienza, l'Archeologia, in questo caso, Aeronautica.
Infine, un'ultima segnalazione, il rinvenimento di un veliero naufragato per tempesta, la notte tra il 6 ed il 7 febbraio 1906 davanti le coste della zona Corvo di Ribera. In seguito al rinvenimento di due grandi ancore, alta ciascuna tre metri e pesante 1800 Kg, avevo effettuato una ricerca in archivio che mi aveva consentito di risalire alla storia del naufragio, alla provenienza della nave ed al nome dei 10 marinai, tutti morti. La vicenda del veliero, l'Angelika è singolare ed emozionante sotto diversi aspetti, poiché da un fatto tragico, si è arrivati all'incontro fra due comunità, quella di una cittadina siciliana e quella di'isoletta greca: la nave proveniva da Inousses, un'isola dell'Egeo, oggi nota per essere sede di uno dei più bei musei marittimi della Grecia e per essere stata la patria delle più grandi famiglie di armatori della Grecia, tra le quali i Lemòs, discendenti dei marinai morti in Sicilia.  Dai materiali recuperati dalla nave, sono emersi interessanti dati sulla tecnica di costruzione navale dei velieri come l'Angelika, nata alla fine dell'800 nei cantieri del Baltico (nella foto l'Angelika è quella a sinistra)



Per evitare che il fasciame venisse colonizzato dai cirripedi, cosa che avrebbe penalizzato del 25/30% la velocità della nave, la parte sommersa dello scafo, era rivestita fino alla linea di galleggiamento, da placche di rame chiodate; l'avvento delle vernici antivegetative, è successivo al 1870 e questo ci consente di stabilire il periodo di costruzione dell'Angelika, sicuramente prima di quella data. Anche in questo caso, l'indagine subacquea, è stata utilissima a restituirci una pagina di storia.